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Da Pietrasanta a Berlino: quando il mosaico si fa esperienza di vita

Molti anni fa, nell’ormai lontano 1994, una famosa emittente tedesca lanciò un servizio dove si parlava dell’imponente opera di restauro del Duomo di Berlino, un’opera bloccata dall’impossibilità di trovare mosaicisti in grado di riparare e sostituire i famosi e meravigliosi mosaici, gravemente danneggiati dal tempo e feriti dalla Seconda Guerra Mondiale

Da Pietrasanta a Berlino
Photocredit @Ferrariebacci

e l’allora Console della Germania dell’Est, con sede a Roma, vedendo la trasmissione, si sovvenne di una cittadina che aveva visitato qualche tempo prima, che rispondeva al nome di Pietrasanta, dove aveva incontrato un’azienda di mosaicisti di alta artigianalità, di cui ahimé, non ricordava il nome.

Ma il Console non si diede per vinto ed interpellò uno dei nostri grandi fornitori di vetro di Murano, Stefano Donà, che lo mise in contatto con la Ferrari e Bacci, la nostra azienda, che, a quel tempo, lavorava da decenni nel campo del mosaico artistico.

Il Console ci chiamò, chiamò il Direttore del Duomo di Berlino e creò un primo contatto, a cui seguì un primo incontro, a cui ci presentammo con un campione di 1×2 metri, che oggi è esposto, con nostro vivo orgoglio, nel Museo del Duomo di Berlino.

Da Pietrasanta a Berlino
Photocredit @Ferrariebacci

L’incontro, in una lingua che non conoscevamo e i cui suoni duri e, apparentemente, ostili, ci fecero temere il peggio, fu reso più semplice dalla presenza del Console di Roma che, a quel punto, dopo la caduta del Muro, aveva perso la sua funzione di Console ed era diventato il nostro interprete.

Io avevo solo 25 anni, ma mi sentivo già un uomo, e stavo imparando da alcuni anni, a lavorare con mio padre, Aldo, osservandolo ogni giorno e cercando di carpire i segreti che la sua manualità trasmettevano.

L’incontro a Berlino e soprattutto il campione, fecero comprendere al Direttore del Museo che questi Italiani, provenienti da un paesino della Toscana, silenziosi e modesti, erano la risposta alle sue necessità, avevano nelle proprie mani quell’arte e quell’artigianalità che avrebbero fatto rivivere la magnifica cupola.

Pieni di gioia e soddisfazione, tornammo a casa e cominciammo a lavorare insieme a tutto lo staff, sul primo pannello, senza sosta, per fare presto, per fare bene.
Cominciò il lavoro.

Il nostro pensiero era totalmente focalizzato sul progetto, la nostra attenzione assorbita tanto, così tanto da questa opera imponente e meravigliosa, che quasi non ci rendemmo conto, in quel giorno di giugno, che da lontano un rumore sordo e cattivo stava portando verso di noi l’inimmaginabile, l’imprevedibile, stava portando l’alluvione, quell’alluvione che avrebbe trascinato via con sé vite, case, studi, luoghi e storie.

Il fiume ruppe l’argine e noi facemmo appena in tempo a mettere in salvo i nostri mosaici, ma ancor di più a metterci in salvo, insieme ai nostri operai, anche se il fango, tremendo, maleodorante, si fece padrone del nostro studio per giorni.
Fummo fortunati: eravamo vivi.

Fummo fortunati: Il mosaico del primo pannello, sopraelevato su un ripiano di oltre un metro, si salvò, con noi e noi riprendemmo il nostro lavoro, con tanta tristezza nel cuore, ma determinati a finire questa prima tranche di lavoro, che a breve, ci avrebbe visto partire per la nostra avventura tedesca.

Giorno dopo giorno, il progetto acquisì una forma, un volume e, dopo mesi di lavoro in studio, in un freddo giorno di novembre partimmo per Berlino ed iniziò la nostra avventura.
Perché di un’avventura si trattò, a partire dal viaggio, dalla Versilia verso Berlino, con il nostro furgone, carico di oltre 600 kg di mosaico in vetro e oro: ore e ore di macchina, durante le quali io e mio padre ci alternavamo alla guida, parlavamo, ridevamo e riposavamo.

Arrivati a Berlino, iniziò un’esperienza che avrebbe segnato per sempre la mia vita professionale, che mi avrebbe fatto comprendere che quella era la mia strada, che quello era e sarebbe stato il mio mestiere, ma non perché era il mestiere di mio padre, ma perché era diventato mio, mio profondamente, intimamente, appassionatamente mio.

La cupola era alta, molto alta, e noi dovevamo salire, ogni giorno, oltre 400 gradini, ad andare e, 400 gradini a tornare, un piccolo viaggio nel viaggio, un piccolo, quotidiano test che metteva a dura prova la nostra resistenza fisica.

Da Pietrasanta a Berlino
Photocredit @Pixabay

Oltre a noi due, il museo ci affiancò un gruppo di manovali che, ogni giorno portavano su, silenziosamente, gli oltre 200 litri di acqua necessari al nostro lavoro, anche loro, compagni di una fatica fisica, fondamentale per il compimento della nostra missione.

Impiegammo 5 settimane per montare il primo dei 7 pannelli che ci furono affidati e al montaggio del primo, il Direttore si commosse e ci commosse con il suo apprezzamento.

I pannelli in tutto erano 8 e l’ottavo non fu ricostruito, ma restaurato con le sue migliaia di tasselli custoditi in casse di legno chiuse a chiave, una chiave che, a breve, ci fu poi consegnata, insieme alla chiave del Duomo che permise a noi, novelli San Pietro, di entrare ed uscire in totale autonomia dal Duomo.

Da Pietrasanta a Berlino
Photocredit @Ferrariebacci

Un privilegio riservato a pochi.
Un privilegio guadagnato con il sudore della nostra fronte e la maestria delle nostre mani.

Le ore del giorno scorrevano veloci, la fatica, verso la fine della giornata ci afferrava i muscoli delle braccia, del collo, della schiena, per la posizione in cui eravamo costretti a lavorare, dovuta alla forma della cupola.

I fine settimana erano dedicati al riposo, al bucato, alle passeggiate, brevi, brevissime, perché il freddo pungente dell’inverno tedesco ci bruciava la pelle, ci lasciava senza respiro, ci costringeva a tornare nel caldo accogliente del nostro appartamento.

E dopo cinque settimane vissute in quel modo, il primo dei pannelli fu montato, inaugurato alla presenza delle autorità del luogo, con noi che, a stento, contenevamo l’emozione, di essere stati partecipi e forse gli artefici di questo primo miracolo di rinascita.
Il primo di molti a cui avremmo preso parte nel futuro.

Da Pietrasanta a Berlino
Photocredit @Ferrariebacci