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La Chiesa di San Sepolcro di Pisa
La Chiesa di San Sepolcro di Pisa,

Photocredit @RestauroItalia

non è sempre o non necessariamente una meta obbligata e obbligatoria per il turista che decida di andare a visitare la città della Torre Pendente e che con poche ore vuol conoscere al meglio la città, correndo dalla Piazza dei Miracoli, alla Piazza dei Cavalieri, fino all’Arno, per vedere il maestoso fiume che scuro e lento si muove tra la città, con un ritmo sempre uguale, sempre diverso.

“Una delle molte chiese che nel Medioevo si affacciavano sull’Arno”, qualcuno potrebbe definirla, ma non è così, non è solo questo, perché i pisani di ritorno dalla vittoriosa prima crociata nel 1112, vollero farne una struttura che fosse chiesa, ospedale e convento, usando a modello, per la parte interna, il Santo Sepolcro di Gerusalemme e per la parte esterna, incredibile ma vero, la Moschea di Omar, un tempo erroneamente considerata il Tempio di Re Salomone.

Una storia unica, quindi, quella della Chiesa del Santo Sepolcro, che ne ha condizionato la genesi dal lontano 1113 ed ha determinato un impianto architettonico che richiama subito l’attenzione del visitatore con la sua curiosa ed insolita pianta centrale a forma ottagonale che ricorda la Temple Church di Londra o il San Vitale di Ravenna, tanto per citare alcuni degli esempi architettonici che più si avvicinano alla sua forma maestosa.

La Chiesa di San Sepolcro di Pisa

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Il materiale principe qui non è il marmo, come qualcuno si aspetterebbe, ma la pietra e la struttura si erge, in tutta la sua solidità, su pilastri angolari assumendo un aspetto solido, forte, alleggerito da due semplici aperture, due monofore per ogni lato, che come occhi spalancati sul mondo, sono li, pronte a ricevere quella luce che per la religione Cristiana è Dio e Vita.

Si entra, abbacinati dalla luce esterna e si sosta, sulla soglia, per assorbire con un colpo d’occhio la straordinaria pianta ottagonale piena di influssi e simbolismi esoterici, che ci parla di un’armonia tra il cerchio, che sta a simboleggiare l’infinito, il cielo, la luce, Dio e… il quadrato, inscritto all’interno del cerchio stesso che ci parla del finito, della terra, dell’oscurità, che ci parla della vita terrena, limitata, piccola, per quanto grande.

L’ottagono ci parla del tentativo dell’uomo di unire il cerchio al quadrato, il divino all’umano e il numero otto ci parla di infinito.
Questo fu lo spirito con il quale i nostri restauratori entrarono, quasi in punta di piedi, durante la prima ispezione, preludio di quel lavoro che li avrebbe condotti a garantire quel necessario equilibrio materico e percettivo che il tempo e il genio dell’uomo, avevano conferito alla Chiesa.

Questo fu lo spirito con il quale i nostri restauratori camminarono sul pavimento ottocentesco, che avrebbero dovuto restaurare e che era lì a testimonianza di quei rifacimenti che nel corso dei secoli, avevano contribuito a modificare, aggiungendo e togliendo, senza mai veramente alterarla nella sua concettualità, la Chiesa del Santo Sepolcro.

Fu verso la metà del 1800 che, rimuovendo integralmente quanto aggiunto, sarà abbassata la quota di calpestio, fino a riportarla all’antico livello medioevale, periodo a cui risale la realizzazione del pavimento a mosaico oggetto del nostro intervento.

Molti e diversi i marmi qui utilizzati: dall’abbagliante Bianco Carrara al Nero accecante del Belgio, dal Bardiglio, con il suo grigio avvolgente, alle calde tonalità del Giallo Siena, fino ad arrivare al Rosso Assoluto e al Rosso Porfido che colpiscono l’occhio con la loro forza cromatica.

La Chiesa di San Sepolcro di Pisa

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Ed ecco lo straordinario schema compositivo, ripetuto, con alternanze di campiture in battuto con tonalità calde e tonalità fredde, che alternano non solo il cromatismo ma anche i motivi decorativi.

La Chiesa di San Sepolcro di Pisa
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I tappeti, policromi, ricchi di stemmi e decorazioni floreali, delimitati da composizioni geometriche bicrome, ci parlarono di un’assenza di manutenzione, tradita da un quadro fissurativo generale degno di immediata attenzione. Ci rivelarono lesioni evidenti ad occhio nudo ed altre, più subdole, ma non meno pericolose.

Lesioni causate, incredibile, ma tristemente vero, in parte dalla mano dell’uomo, per la realizzazione di tracce finalizzate ad un impianto elettrico, e in parte, dalla potenza esplosiva della natura, che colpì la città di Pisa, con il terribile alluvione del 1966, portando morte e distruzione lungo tutto il corso dell’Arno.

La mano dell’uomo, salvifica, in questo caso, riportò ordine, armonia, equilibrio e bellezza, laddove il tempo, l’incuria avevano creato disordine.

La Chiesa di San Sepolcro di Pisa

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La mano, la pazienza, l’esperienza, la conoscenza, fece rinascere la pavimentazione ad una nuova vita, una lunga vita piena di colore e di bellezza trasformandolo in un tappeto di pietra, pronto a sostenere il peso degli anni a venire.

La Chiesa di San Sepolcro di Pisa

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